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martedì 9 settembre 2008

faccialibro

Che belli i social network! Puoi ritrovare un sacco di gente, tipo il bambino che ti aveva pestato alle medie e fargli avere una lettera di minacce! Ti ricorda i compleanni della gente, ma solo di quelli che vogliono che qualcuno si ricordi del loro compleanno! Gli altri si tengono strettissimo il diritto di offendersi se te ne scordi. E puoi anche vedere come ci si sta invecchiando male!

Poi le cose sfuggono di mano, c’è chi ti critica perché “non sei mai on line” o, peggio, “non partecipi mai alle simpatiche iniziative on line” o ancora perché non condividi tutte le cazze che ti propongono, fra programmini stronzi per confrontare gusti su musica, libri, film, test inutili per sapere a quale personaggio della warner bross/signore degli anelli/star trek/goonies/fantozzi/giovannona coscia lunga assomigli. Insomma c’è chi ci vive, in quei cosi lì.

Sono troppo cinico e un po’ stronzo. Se i contatti si sono persi non è successo per caso. Se non ho più numeri di telefono, indirizzi, se di alcune persone ho scordato persino il nome, c’è un motivo. Insomma, le cose non avvengono per caso. E se un giorno ti svegli e ti dici “oh, mi sono perso qualche centinaio di amici per strada” è perché sei un fessacchiotto e non c’è faccialibro che tenga... 

Ovviamente tutto questo sproloquio è per giustificare al mondo la mia presenza su faccialibro dandomi un tono da outsider che fa sembrare tutto un sacco fico.

P.s.: parentesi su outsider. Odio quando scopro che una lingua barbara esprime un concetto così bene da rendere complesso trovare il corrispettivo italiano... estraneo? Fuori casta? Bah!

lunedì 2 ottobre 2006

racconti metropolitani #5


... eppure sono sempre stato fortunato con gli autobus. Questa volta devo aspettare. Il panorama è sconcertante. Macchine che vanno, che suonano, che imprecano, che parcheggiano in un balletto metallico disordinato e dissonante. Gente assorta tra i suoi pensieri, estranei che tra una sbuffata e uno sguardo sconsolato diventano solidali l'un l'altro nell'attesa snervante. Sguardi miopi che si sforzano di guardare all'orizzonte, espressioni affrante al passare degli autobus nell'altra carreggiata, speranze disilluse e infrante al passaggio del numero sbagliato. Quello che passa sempre tranne quella volta che ti serve. Luoghi comuni e leggi di murphy snocciolati come se fossero rare perle di saggezza.

Osservo le donne, sperando in qualche visione che migliori l'umore, ma tra una vecchia zoppa con le sporte e una badante ucraina di 100 chili c'è poco da sperare. Non ho niente da leggere, mi maledico per la dimenticanza mentre sbircio sui giornali altrui, c'è chi non ha nulla da ridire, chi si ritrae, come un bambino che non vuole farti copiare... magari è l'imbarazzo di constatare che un estraneo si fa un'idea di quello che leggi... cronaca rosa, sport, oroscopo. In fine eccolo, impossibile salire, impossibile arginare la folla alla fermata, impazzita, nemmeno fosse la diligenza per il paese dei balocchi. Tecniche e astuzie affinate nel corso degli anni si dimostrano inutili. Ha vinto il carro bestiame. Questa volta è il caso di andare a piedi.

domenica 24 settembre 2006

racconti metropolitani #4


Bancarelle, ogni mattina sono sorpreso, infastidito e divertito allo stesso tempo... Sorta di suk circondati da una masnada di donne in pieno delirio spendereccio. Mutande, scarpe, calze, gonne, mollette. Gomitate e spintoni. La cosa che più mi sconcerta è che estate, inverno, sole o pioggia è sempre lo stesso delirio. Poi mi soffermo sui particolari, matrona sudata che prova un sandalo... lo poggia su un coperchio di scatola da scarpe gettato all'uopo a terra, ci infila il piedone, ci litiga, le prova tutte, non va, riprende la scarpa la rimette nel mucchio. Quanti piedi saranno già entrati lì dentro? E poi, magari, sempre la stessa signora, è quella che arriccia il naso, quando, in autobus, si trova vicino al più classico dei polacchi ubriachi...

Il popolo del bus mattutino mi colpisce sempre e, spesso, mi fa iniziare bene la giornata.

Il finto storpio che parla con i compari, tutti muniti di bastone e/o stampella d'ordinanza, si dividono le zone, decidono i turni e, forse, anche le strategie.

Le mie preferite, però, sono le vampone wannabe, sempre griffatissime, di quelle a cui è impossibile sgualcire il vestito e che si attaccano ai corrimano del bus con 2 dita; nulla è lasciato a caso, nemmeno gli insulti che rivolgono alle vecchie, troppo lente, per i loro alti standard, nel liberare la porta. L'apparenza è impeccabile, ma i particolari le fregano, segni di nicotina sui denti, mani e modi rozzi. Bocche e nasi rifatti al discount e unghie di plastica che imbarazzerebbero anche una pornostar. La fiera del becero... e poi aprono bocca. "Io non sono razzista, ma i negri li ammazzerei tutti".A questo punto è il delirio e viene da chiedersi perché la selezione naturali non acceleri un po'.

Poi ci sono i personaggi conciati come se fossero in un varietà televisivo. Quintali di trucco, cerone, coppale, capelli double-face, capelli finto spettinati, mosse provate attentamente davanti allo specchio...e, soprattuto, uomini con le sopracciglia spinzettate. Ora, sarò vetero-neanderthaliano, ma c'è davvero qualcosa che non va in uno depilato, spinzettato e lampadato e con la marca delle mutande ben visibile sopra la camicia.... e forse, penso, è giusto che la razza umana si estingua il prima possibile.

Non manca nemmeno il manifesto della sfiga più estrema: quello che cerca di venderti 'Lotta Comunista'. Che poi è sempre quello che ti perseguitava all'università, quasi a dimostrare che non tutti abbiamo lo stesso concetto di 'amor proprio'... o almeno non gli attribuiamo la stessa importanza.

Poi le porte si aprono e mi torna in mente una frase letta non so più dove "la gente è il migliore spettacolo del mondo... ed è GRATIS!".

domenica 27 agosto 2006

racconti metropolitani #1


Uscire di mattina presto. La strada, l'aria sicuramente più fresca di quella di casa, la passeggiata che oltre al sangue mette in modo qualche neurone e musica di dubbio gusto in cuffia. Fisicamente sveglio, mentalmente ottuso. Invidio l'apparente lucidità degli sconosciuti che m'intersecano il cammino.

Volti anonimi, nascosti dietro i vetri nelle automobili, come facce in televisione, convinti della loro privacy si intrattengono in ogni tipo di attività, operazioni di trucco e restauro, depilazioni, dita che esplorano narici che ricordano speleologi in missione, gesti inconsulti parlando al telefono. Mi viene da chiedere se mi vedano, peggio, mi chiedo se la loro percezione del mondo non si riduca al mare di lamiere colorate che li circonda. Mi chiedo se si rendano conto che io, misero pedone con l'occhio gonfio di sonno, arriverò prima o semplicemente che sto sorridendo perché li ho pizzicati con 5-6 falangi nelle froge.

Penso che l'automobile riesca a tirar fuori il peggio delle persone e che spesso questo peggio sia proprio la loro più intima natura. Insulti, bestemmie, bava alla bocca, maleducazione. Comportamenti imbarazzanti all'ombra di un posticcia sensazione di anonimato fornita da quattro paretine di metallo e vetro. Quando qualcuno fuori dalla mia macchina mi becca mentre canto a squarciagola nascosto nel mio loculo semovibile mi sento un po' un cretino, lo ammetto, ecco, mi sento come quando qualcuno ti entra nel cesso senza bussare, e tu sei lì, seduto a litigare con le pigrizie del tuo apparato digerente. Intimità violata.