Citazione

venerdì 18 dicembre 2009

c'era una volta...

... un’osteria di quartiere, vicino piazza Mazzini a Roma che si chiamava Cacio e Pepe. In quest’osteriola volevo andarci da tempo, tanto tempo. Dopo anni finalmente sono riuscito a metterci piede.

Si comincia con la scelta del tavolo. Dentro o fuori? Fuori ci sono un po’ di tavoli, un tendone e quei funghi a gas per fare calore... “volete stare fuori o dentro” “beh, visto il freddo preferiamo dentro...”. Dentro ci sono 3 tavoli, spazi angusti, puzza di cucina e gas ma soprattutto un freddo pinguino, ma freddo freddo, roba che ti si blocca la digestione e muori. Ormai è fatta. Che volete da mangiare? Abbiamo questo, questo e quest’altro. Ok, portaci questo e quest’altro. Che poi questo sarebbe un piatto di fusilli ai carciofi, funghi e pancetta (anche se a Roma sarebbe più appropriato il guanciale...) e quest’altro è un piatto di spaghetti cacio e pepe.

Tempo 2 minuti e mi viene recapitato il piatto di fusilli. Di ieri. Riscaldati male, molto male, e con 3 chili di formaggio sopra. Duri e tiepidini ma saporiti. Mangio. 15 minuti dopo arriva la pasta cacio e pepe. Buona. Anche se le porzioni non sono proprio da osteria di quartiere quanto da locale per fighetti abituati ai 4 salti in padella findus e che vogliono provare l’ebbrezza della cucina popolare. Provo ad aggiungere una patata forno. Arriva un triste e scarso piattino di patate ricotte e pregne di olio di basso lignaggio. 

Permettetemi una parentesi per stigmatizzare la pessima abitudine di servire la pasta già formaggiata, segnatevelo, c’è un unico motivo per cui questo viene fatto: coprire il sapore di qualcosa che giace in quel piatto (o in qualche anfratto della dispensa... o sul pavimento della cucina) da troppo tempo. E poi a me il formaggio sulla pasta nemmeno piace e mi fa pure male.

Comunque, nel frattempo entrano una coppia di fastidiosi pariolini dicendo “no no, andiamo fuori che è più caldo” e la cameriera “sissì, lo sappiamo anche noi CHE FUORI E’ PIU’ CALDO, anche se NON DICIAMO MAI NIENTE”. 

Non descrivo il teatrino pietoso che si è messo in moto nel momento in cui abbiamo richiesto e preteso la ricevuta... Anzi, se c’è qualche finanziere o amico di finanziere in ascolto, vada pure a colpo sicuro, è una soffiata certa!

Io non sono uno di quelli che fanno casino nei locali. Quei personaggi infausti che s’incazzano coi camerieri e fanno scenate con l’unico risultato di mangiarsi le scorie ligneo fisiologiche del cuoco (perché, sappiatelo, è così che finisce ogni diatriba con un ristoratore) mi stanno pure un po’ antipatici. Sapete quelli tipo “cameriere, io ho chiesto una pizza col pomodoro, questa è una pizza col sugo” o quelli “cameriere, questo filetto non è cotto bene, vede, qui è color carne, a me la carne fa schifo, io lo voglio CARBONIZZATO”.

Io abbozzo, riduco il menù all’indispensabile. Non do la mancia. Pretendo lo scontrino e me ne vado meditando di dare fuoco al ristorante e poi mi limito a parlarne male. Eh, si! Mi fai mangiare immondizia fritta, ma io quante te ne dico! E faccio anche di peggio, sapete? Già. Non mi faccio più rivedere, io!

Insomma, bocciato, fortissimamente bocciato. E guai a voi se provate ad invitarmici o a metterci piede se non per una cena proletaria.

lunedì 23 novembre 2009

real life adventures



Vi è mai capitato di dover togliere un termosifone? A casa Rumenta succede anche di questo.


Avevamo deciso di toglierlo nella seconda metà di ottobre, prima che accendessero i riscaldamenti.

A sorpresa, il 15 di ottobre, scopriamo il radiatore caldo. Veniamo quindi a sapere che le vecchie del pianterreno, notoriamente rettili e incapacitate a sopportare temperature anche di poco inferiori ai 30 gradi centigradi, hanno fatto girare un foglio ESCLUSIVAMENTE (e di nascosto da figli, badanti, nipoti e animali domestici) fra i condomini ottuagenari per raccoglierne le firme. Il foglio così autografato è stato poi utilizzato per richiedere l’accensione anticipata dell’impianto di riscaldamento.

Poco male, mi fa sapere il Valoroso Amministratore di Condominio (di seguito VAC), basta dirmelo e io, per un giorno e con la sola imposizione delle mani, faccio staccare il riscaldamento. Ok. Ci mettiamo d’accordo con l’idraulico che ci fissa il giorno dell’intervento. Si chiama il VAC e ci sono problemi. Per staccare la caldaia non basta l’imposizione delle sue mani ma occorre chiamare un’Apposita Ditta (di seguito AD) che, dietro pagamento, si occuperà di spegnere la caldaia, svuotare l’impianto (appena 4, dico QUATTRO, ore richieste) e poi, a lavori finiti di riattaccare tutto. “Voi” dice “preoccupatevi solo di avvertire, tramite cortese cartello in androne, i condomini, per il resto ci penso io”.

Prepariamo il tutto. Un gustoso cartello di avviso fiananco dotato di simpatico (e cortese) cestino pieno di caramelle e dolci. Arriva il giorno fatidico. L’AD doveva arrivare fra le 7.30 e le 8. L’idraulico alle 10 per iniziare a spaccare il muro e staccare il termosifone alle 12, ad impianto vuoto. L’AD si paleserà, dopo diverse chiamate di sollecito al VAC, solo alle 10, cinque minuti prima dell’arrivo dell’idraulico. L’idraulico si incupisce, passa 30 minuti a spaccarci il muro e poi se ne va offeso dichiarando che sarebbe tornato alle 15 per finire il lavoro.

Ora state attenti, perché la trama si fa più avvincente di quella di un videogioco, altro che Tomb Rider, Alone In The Dark e Monkey’s Island.

Per superare con successo l’operazione “spegni la caldaia” basta premere un pulsante. Fatto.
Per superare con successo l’operazione “svuota la caldaia” basta premere un altro pulsante. Fatto.
Per verificare che l’operazione stia avvenendo con successo e che la caldaia sia davvero spenta occorre accedere a un non meglio precisato vano sito nella terrazza condominiale. L’accesso a suddetto vano è impedito da una porta. Chi ha la chiave della porta?

1. Tutti i condomini.
2. Solo il VAC.
3. Nessuno.
4. La porta è un effetto ottico dovuto a una percezione parallattica errata.
5. La domanda è mal posta.
6. Non sa, non risponde.
7. Nessuna delle risposte precedenti.

È poco importante cosa scegliereste voi, l’Omino della Caldaia (di seguito OC) sceglie la 7. Come una provetta Lara Croft si lancia all’esplorazione e trova, nel vano caldaie del pian terreno, la chiave. A questo punto salva il gioco. Manda un paio di mail in giro per bullarsi con gli amici e scompare al grido “E’ tutto a posto”.

Quattro ore dopo si rimaterializza l’OC. “Mi è venuto un dubbio... non è che la caldaia si è riattivata?”. So che state pensando. Avete in mente un pensiero tipo: “che cazzo di super professionista che hai trovato!”. Orbene, l’OC va ad indagare... e scopre che, in effetti, il suo sospetto è fondato, la caldaia, dopo essersi svuotata si sta riempiendo nuovamente!

Cos’è successo? Torniamo a Lara Croft che rinviene la chiave. Ci siete? Succedeva poche righe fa.
L’OC trova la chiave, sale fremente i cinque piani di scale, infila la chiave nella toppa e scopre, orrore, che la chiave non è quella giusta. Cos’è successo? Mesi fa il VAC aveva fatto sostituire la serratura e, attenzione, non aveva pensato si distribuire dei duplicati o, per lo meno, a sostituire la chiave poi rinvenuta dall’OC.

E che cosa fa l’OC? Fa spallucce e pensa “vabè, tanto che può succedere?”. E va via.

Inizia una ricerca frenetica della chiave. Il VAC, come da tradizione, scompare, è irreperibile, nascosto nel più profondo buco sotterraneo. Chi altri può avere la chiave? Sicuramente quello dell’ultimo piano. Si suona alla porta, si citofona, si risuona alla porta, si citofona. Niente. Niente. Niente. 

Le speranze sono perse, sapendo che la moglie del tipo dell’ultimo piano deve per forza essere in casa, si ricomincia ad insistere sul citofono. A un certo punto, il portone viene aperto... Si va a bussare alla porta di casa. Minuti. Ad un certo punto la più che rincoglionita donna apre la porta. Tentenna. Non vuole cedere la chiave. Fa domande capziose circa la necessità tecnica di accedere ora e in quel momento a un vano caldaie che, a detta sua, è inesistente. Alla fine molla l’osso.

Ora ci sono due buchi grossi così nel muro della cucina.

venerdì 20 novembre 2009

suicide solution


Non vorrei essere ripetitivo, ma qui abbiamo dei carabinieri che filmano e ricattano, un pappone che muore di overdose e un travestito testimone importante che curiosamente muore carbonizzato.

Non grido al complotto perché di sicuro Brendona è morta per:

1. Incidente domestico: pulire i vetri con lo spirito e la sigaretta in bocca non è un’idea geniale;
2. Dramma della solitudine: si addormenta gonfia di alcol con la sigaretta in bocca sul suo bel letto di paglia;
3. Enigma scientifico: autocombustione;
4. Dramma della povertà: una scintilla dello zampirone con cui scaldava è finita sui giornali usati per ripararsi dal freddo;
5. Protesta pro Tibet: si è cosparsa di benzina e si è data volontariamente fuoco;
6. Punizione divina: era del colore sbagliato, di sesso incerto e conduceva una vita lasciva trascinando sulla strada delle perdizione anime innocenti come Marrazzo.

Insomma, prima di pensare che l’abbiano suicidata ce n’è di ipotesi da vagliare.

martedì 17 novembre 2009

miracoli


La notizia del giorno è che buona parte dell’8x1000 destinata allo Stato è finita ai preti. I lettori affezionati di questo inutilissimo blog già avevano letto qualcosa in proposito.

Tanto per mettere il dito nella piaga ricordo anche alcuni dettagli circa le agevolazioni di cui gode zi’ prete:

1. I fabbricati destinati in via esclusiva all’esercizio del culto e le relative pertinenze sono esenti dal pagamento dell’ICI (Imposta Comunale Sugli Immobili). Dal 2007 l’esenzione di estente anche a tutti gli altri immobili di proprietà della Chiesa purché una parte della struttura sia destinata ad attività religiose. In pratica se in un ostello gestito da monache c’è una cappella dedicata a Santa Pupa, l’ostello non paga l’ICI.

2. I preti non pagano l’IRPEF, ovvero, le retribuzioni, di qualsiasi natura, le pensioni e i TFR pagati dalla Chiesa (intesa sia come Santa Sede sia come ente centrale della Chiesa sia come ente gestito dalla Santa Sede) sono senti dall’Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche e dall’imposta locale sul reddito.

3. Lo stipendio dei sacerdoti della Chiesa Cattolica non costituisce base imponibile, in pratica non è conteggiato ai fini dell’IRAP (Imposta Regionale sulle Attività Produttive). Da notare che il TUIR (Testo Unico delle Imposte sui Redditi) prevede che gli enti religiosi, per determinare il proprio reddito d’impresa, deducano, per ogni membro prestante opera nell’attività commerciale imponibile, un importo corrispondente all’ammontare del limite minimo annuo previsto per le pensioni corrisposte dal Fondo pensioni dei lavoratori dell’Inps. Questo vuol dire che si pagano pochissime o niente tasse quando un albergo di proprietà della Chiesa è gestito da suore o preti.

4. Abbattimento del 50% dell’IRES (Imposta sul Reddito delle Società) nei confronti di una serie di soggetti tra cui gli enti di assistenza e beneficenza e gli altri enti il cui fine è equiparato per legge ai fini di assistenza ed istruzione. Il reddito dei fabbricati di proprietà della Santa Sede è esente dall’IRES, mentre i fabbricati destinati esclusivamente all’esercizio del culto e quelli esistenti nei cimiteri e loro pertinenze non vengono considerati produttivi di reddito, a prescindere dalla natura del soggetto che li possiede. Inoltre, gli immobili pontifici sono esenti da tributi sia ordinari che straordinari tanto verso lo Stato quanto verso qualsiasi altro ente.

5. A partire dal 1929, con la firma dei Patti Lateranensi, lo stato italiano si fa carico della dotazione di acqua per lo Stato Vaticano. Il gioco interessante arriva quando di mezzo ci si mettono le acque di scarico, perché Città del Vaticano si allaccia all’Acea, la società romana che gestisce le acque reflue, ma non paga le bollette, perché non riconosce la tassazione imposta da enti appartenenti a stati terzi. In soldoni, non riconosce Acea perché è “straniera”. Quando Acea si quota in borsa nel 1999 si trova a fare fronte nel bilancio a milioni di euro di crediti inesigibili, il Governo Italiano interviene e ripiana con la manovra finanziaria i 44 miliardi di lire di debiti relativi alla fornitura delle acque vaticane. Stessa storia nel 2004: lo Stato italiano tramite la finanziaria 2005 stanzia 25 milioni di euro subito e altri quattro dal 2005 per dotare il Vaticano di un sistema di acque proprie.

6. Le merci provenienti dall’estero e dirette alla Città del Vaticano o, fuori della medesima, a istituzioni o uffici della Santa Sede, ovunque situati, sono sempre ammesse da qualunque punto del confine italiano e in qualunque porto della Repubblica al transito per il territorio italiano con piena esenzione dai diritti doganali e daziari.

7. Ogni Regione, definendo l’entità ed i criteri di applicazione degli oneri di urbanizzazione che i Comuni devono adottare nel proprio territorio, attribuisce una percentuale di tali oneri per finanziare i centri di culto locali: ogni intervento di costruzione e di trasformazione edilizia da parte di cittadini o di gruppi societari, ad esempio la costruzione di una casa, è soggetta al pagamento di una tassa di concessione al Comune in cui tale intervento si svolge. Le opere di urbanizzazione secondaria ammettono scuole e asili, chiese, centri civici, parchi, impianti sportivi, parcheggi. Gli edifici di culto cattolico e gli oratori parrocchiali vengono quindi equiparati ad un servizio pubblico per i residenti, ricevendo una percentuale compresa all’incirca tra il 7% e il 10% degli oneri di urbanizzazione secondaria, a seconda dei regolamenti regionali.

martedì 10 novembre 2009

fate vobis


Cucchi è morto perché era DROGATO.
Cucchi è morto perché è CADUTO DALLE SCALE.
Cucchi è morto perché era ANORESSICO.
Cucchi è morto di FAME e di SETE.

Riassumendo, il tossico anoressico Cucchi prima è caduto per le scale e, non pago, da tante altre. Dopo essere caduto da tutte le scale del mondo, Cucchi arriva in ospedale dove, infame e traditore come ogni tossico, si fa morire di fame e sete alla faccia degli Englaro, dei Welby e di tutti i tetraplegici che vorrebbero lasciarsi morire di fame e non possono.

Direi che è perfetto. D’altronde chi mai può sospettare che sia stato malmenato dalle guardie? Le guardie sono quelle persone per bene che, ad esempio, hanno filmato e ricattato Marrazzo mentre giocava all’etilometro con Brendona e Natalì. Le guardie sono quelle persone che mi appoggiano il mitra al finestrino della macchina per controllarmi se ho patente e libretto in regola. Le guardie sono quelle personcine che dicono di non picchiare nessuno davanti ai detenuti ma in cantina. Le guardie sono quegli onesti lavoratori convinti che Federico Aldrovandi fosse uno spacciatore. Le guardie sono quei baluardi della democrazia e della pace protagonisti del macello messicano di Genova. Sempre le guardie sono quegli impavidi e perfettamente addestrati soggetti che sparano da un capo all’altro di un’autostrada beccando in testa uno che dormiva.

Mi chiedo, ma non è sufficiente ammettere che fra tanti onesti e bravi lavoratori ce ne siano una manciata affetti da sceriffite, rambismo e machismo e perseguirli a norma di legge?

Altrimenti venite a dimostrarmi che Cristo non è morto di freddo.

venerdì 16 ottobre 2009

brutte sorprese


Cinque anni di fidanzamento, una bella festa di matrimonio e una romantica crociera nel Mediterraneo. Sembrava filare tutto liscio per una giovane coppia di Caltanissetta, da pochi mesi trasferitasi a Roma per esigenze di lavoro. Lei, bionda venticinquenne, durante la luna di miele è pure rimasta incinta ma, nove mesi dopo, ha partorito un bambino nero. 
Il marito, che di anni ne ha 32 ed è dirigente di un’azienda romana, ha chiesto spiegazioni e la moglie, dopo qualche tentennamento, alla fine ha vuotato il sacco. Galeotta è stata la crociera perché la sposina, una sera, mentre il marito stava giocando al casinò, ha ceduto alle avance di un cameriere di colore. La donna, considerato che col marito ha avuto numerosi rapporti sessuali durante il viaggio di nozze, sperava che alla fine restasse incinta proprio del consorte. E invece ha prevalso il cameriere di colore. 
Fonte: Repubblica

Considerazioni:

1. la barzellatta della "moglie del tifoso" cela in sé una saggezza infinita;

2. l'uomo nero vince, sempre;

3. salto indietro o no, la legge di murphy ha colpito, inesorabilmente

Grazie a Penh!

mercoledì 14 ottobre 2009

complottismi estremi


Il 9 ottobre la NASA ha bombardato la Luna. Tale operazione che per molti suona un po’ ridicola era volta alla verifica della teoria che vuole la presenza di acqua ghiacciata nel sottosuolo del satellite.

Secondo alcuni, invece, si è trattato di un deliberato atto di guerra mosso dal neo Nobel per la pace Obama ai danni di una civiltà extraterrestre per imporre la sovranità USA.

Avete letto bene: “civilità extraterrestre”. A quanto pare (e io di questo non ne sapevo davvero niente) la luna è abitata. Ci sono tantissime prove fotografiche che testimoniano l’esistenza di manufatti alieni (edifici, torri, ponti, hangar) sul lato nascosto della Luna. A quanto pare anche molti astronauti si sono pronunciati al riguardo. Nessuno ne sa niente, tranne un ristretto manipolo di nerd internettiani che stanno in ogni modo cercando di avvertire l’ignaro mondo. 

Scrivono infatti dalle pagine del loro blog:
“Tutto questo non deve avvenire,gli USA stanno violando il trattato di Ginevra per i propri scopi e probabilmente scateneranno una reazione planetaria contraria oltre che sbilanciare paurosamente un equilibrio sottile tra l’uomo e la civiltà extraterrestre presente sulla luna che potrebbe sfociare in un conflitto cosmico”

Oltre al fatto che non credo che il trattato di Ginevra si estenda agli extraterrestri della Luna, mi piace questa storia dell’equilibrio sottile fra noi e loro.

Pensate! Una civiltà capace di muoversi oltre la velocità della luce ha paura di conquistare la terra, anzi, si fa mettere in scacco dalle bombe della Nasa. È un po’ come credere alla favola dell’orbo Mullah Omar che sfugge a tutto l’esercito americano a bordo di un motorino fra i monti Afgani, portandosi dietro pure Bin Laden e i suoi attrezzi per la dialisi.

Trovo le pagine di EvidenzAliena davvero eccezionali. Video di bassissima qualità, fotografie sgranate, sfocate, ingrandite oltre ogni decenze, tutto volto a dimostrare che non siamo soli.

In definitiva trovo molto naïf (forse financo commovente) che degli adulti siano sicuri che degli alieni, dopo aver percorso gozziliardi di anniluce, si siano nascosti nella LUNA e che le armi in possesso degli USA li stiano tenendo lontani dall'atterrare da noi.

La mente umana può davvero concepire qualsiasi cosa.

Si ringrazia Dario per la segnalazione

sabato 10 ottobre 2009

ipocrisia portami via


Ricordo giorno, luogo e ora. Era il 4 luglio del 1995, ero in macchina sul Grande raccordo anulare, erano le 7.35. Ed ero fermo. Traffico impazzito. Intorno a me solo automobili in coda, tutti in camicia e cravatta, telefonini in funzione. Un caldo insopportabile. Ho pensato: «Così non va». Un’ora e mezzo per andare in ufficio, schizzi di adrenalina nella gincana del traffico, poi dieci, dodici ore di lavoro e via, altri slalom, buche da evitare, incidenti sfiorati a ogni chilometro, per chiudere la giornata tardi, privo d’energia, per poi ricominciare domani, e ancora, per sempre.
Lo racconta Simone Perotti che oggi ha abbandonato tutto, scrive e gira il mondo in barca e ha pure scritto un libro raccontando questa storia di incredibile coraggio. Certo, ci vuole coraggio a cambiare la propria vita, ad abbandonare tutto, per seguire un ideale. Un salto nel vuoto. Penso a me, allo stipendio che è il prezzo non equo per 8-10 ore di vita regalate giornalmente a un Amministratore Delegato.

Quanti di voi, se fossero ricchi, farebbero il lavoro che fanno? Quanti di voi andrebbero volentieri a ritirarsi in campagna, o i barca, per ritagliarsi una vita a misura d'uomo? Io senz'altro, ma non posso permettermi di rinunciare allo stipendio. Lì per lì invidio un po' il Perotti, poi però scopro chi è, anzi, è lui stesso a raccontarlo in un articolo pubblicato oggi sul Fatto Quotidiano:
Ho fatto il consulente, poi il dirigente, poi il general manager italiano di una delle maggiori agenzie mondiali, poi di nuovo in aziende quotate: direttore affari istituzionali e relazioni esterne in compagnie italiane e multinazionali. Ho fatto lobbying in Parlamento, inventato slogan per prodotti, organizzato eventi con migliaia di persone, ho fatto campagne elettorali.
Fatemi capire, questo tipo, che si spaccia per un coraggioso eroe dei nostri giorni, uno di quelli con le palle di abbandonare una vita “moderna” per una a “misura d'uomo”, è uno ricco? È uno che poteva permetterselo? Sai che coraggio, davvero. Leggendo l'articolo, verrebbe ancora più spontaneo urlargli di andarsene a dare via qualche parte del corpo, scoprendo che non era altro che un fastidiosissimo yuppies tutto macchinone, soldi e vita veloce, ovvero la tipologia di persone che ha contribuito forse più di tutte le altre a rendere questo mondo e questa società la merda di mammuth pressata che abbiamo davanti agli occhi e sotto ai piedi.

E devo leggere il suo auto elogio? E devo sorbirmi la pippa che lui ha abbandonato tutto quello che aveva costruito e, invece di godersi il periodo d'oro (giuro, dice così), ha deciso di SACRIFICARE (si, leggete bene, SACRIFICARE) tutto per “la libertà”. E infine, mi devo anche sentir impartire la lezione che il problema non è il denaro, che se non cambio vita è perché la società attuale, oltre a fregarmi la dignità, m'ha anche fatto il lavaggio del cervello, che sono, in pratica, una scimmia spaziale pronta a essere sparata su Saturno e tecnicamente senza attributi. E me lo devo sentire dire da Simone Perotti. E mi sa che m'incazzo.

Poi fermo la rabbia, sorrido, penso a tutti i miei amici che stanno peggio di me, che lottano per sopravvivere e lo fanno con una dignità che Perotti non sa nemmeno dove stia di casa ed è solo a questo punto che guardo la foto di questo “eroe dei nostri giorni” (bello e fico al timone della sua barca, con uno di quei sorrisi che ti fanno venir voglia di prenderlo a sberle fino a fargli cadere tutti i capelli). E, proprio mentre sto per chiudere la pagina, l'occhio biricchino mi scivola sulla frase di chiusura dell'articolo: Io, uomo come tanti, lavorando duro, con fatica, l’ho fatto

E l'unico pensiero a prendere il sopravvento è: A Pero', te posso tocca'?

lunedì 28 settembre 2009

Baaria (Giuseppe Tornatore)


Ecco, possiamo darvi sangue e amore senza retorica, oppure sangue e retorica senza amore, o ancora tutte le tre cose insieme, o consecutivamente. Ma non possiamo darvi amore e retorica senza sangue, il sangue è indispensabile, è tutto sangue: ecco il trucco
(Capocomico, "Rosenkrantz e Guildestern sono morti")

Ho visto Baaria. Ho sempre considerato il cinema di Tornatore come la summa della retorica italica applicata alla celulloide, quindi per niente nuovo e per niente paradiso. Baaria non fa eccezione. Prevedibile excursus generazionale (quelle cose che vanno di gran moda da quel capolavoro che fu La Meglio Gioventù) che vorrebbe parlare dei cambiamenti di un luogo e di un popolo attraverso lo sguardo e le esperienze di un singolo individuo che inizia il film bambino e lo finisce coi capelli bianchi.

Dagli anni 40 ad oggi ce ne sarebbero di racconti, di domande, di spunti. Tornatore glissa su tutto, glissa sul fascismo, glissa sugli americani in Sicilia, glissa su Giuliano, glissa sui comunisti, glissa sulla mafia, glissa sul degrado, glissa sull’emigrazione, glissa sul clientelismo, glissa sui contadini. Il film sarebbe potuto essere ambientato in qualsiasi realtà rurale italiana senza una sola modifica al copione. Capiamo di essere in Sicilia dal dialetto e dal sole (meravigliosa la fotografia, questo si). Capiamo di essere a Bagheria dalla targa presso la stazione e dalle brevi inquadrature di Villa Palagonia, Tornatore quindi riesce a glissale non solo sulla Sicilia ma anche su Bagheria stessa... questo si chiama talento!

In finale, il mordente principale del film sono le comparsate di chiunque (Raoul Bova, Aldo, Faletti, Lo Cascio, Lo Verso, Lina Sastri, Frassica, Ficarra e Picone, Placido, Gullotta, Laura Chiatti e tanti altri fino ad arrivare a una tetta delle Bellucci).

Alla fine del film ci restano solamente un finale banale, melenso, patetico e ampolloso e tonnellate di amore, sangue e retorica che sotterrano tutti gli spunti presenti.