Citazione

mercoledì 29 settembre 2010

domanda


Nessuno mi ha ancora spiegato perché la pena di morte sia uno schifo che giustifica appelli internazionali, pressioni dei governi e dita di sdegno puntate solo quando applicata in Iran (con corde o pietre pare non fare molta differenza). Qualcuno mi risponde?

E non rompete con la gravità del crimine che ho poca pazienza...

martedì 28 settembre 2010

citazioni


Sono molto sorpreso dalle parole di Bossi. Mai lo avrei detto capace di citazioni letterarie ad esempio.

Con l’eleganza che da sempre lo caratterizza, l’Umberto ha citato e aggiornato nientemeno che gli ottimi Uderzo e Goscinny. No, no, non ridete. L’Umberto ha dovuto scegliere, fra le mille e mille possibilità che la sua ampia conoscenza letteraria gli offre, la citazione più adatta per farsi capire financo dal figlio, adattandola contemporaneamente ad un lessico più comprensibile. Il trota ne ha infatti riso, non sappiamo se per aver colto la citazione o semplicemente per la parola “porci”. 

La citazione è avvenuta da un palco importante, ovviamente, quello di Miss Padania a Lazzate. 

Il motivo? È arrabbiato per il gran premio di Roma, che a detta sua dovrebbe essere corso con le bighe (mica male come idea... altro che Palio di Siena!) per non oscurare quello di Monza.

Ora, caro Umberto, io non so come dirglielo, ma i Romani a tutta questa baracconata del gran premio ci rinuncerebbero volentieri, come rinuncerebbero ai ministeri e come rinuncerebbero pure a darle lo stipendio.

Vede, se fosse per me, io non Le darei importanza. In fondo io La capisco: era a Lazzate che poteva dire? Che diavolo gli vuoi raccontare al pubblico di Miss Padania? Esaurite le solite cose, ovvero, che avete il pisello duro e verde, che andate a Roma a prendere tutti a calci in culo, che poteva dire? Su quel palco o parli di figa, o parli di macchine (agricole e non) o di personaggi dei fumetti. Anzi, Le do atto che citare Asterix, per Lei che ha il vezzo di ritenere i padani discendenti dei celti, è una citazione di puro genio!

Perché, caro Umberto, io lo so che Lei non ci crede. Lei si rende conto di rivolgersi a una platea di disperati quando va bene e di minorati o farabutti quando va male. Lei sa bene che si aspettano quello e Lei rispetta il ruolo che le è stato imposto e che Le dà il pane... è un po’ come una Rock Star: prigioniero del suo personaggio, che è insieme fortuna a maledizione.

So bene che non potrà mai dire ai suoi fan la verità. Non potrà mai dire che col federalismo fiscale, l’unica cosa che riporterà al nord sono i debiti dell’evasione fiscale. Non potrà mai dire che Lei e i suoi siete ben attaccati alle mammelle di Roma Ladrona ed è per questo che questi calci in culo sono così lenti ad arrivare. In fondo non potete dire chiaramente che tutto l’odio per la capitale era dovuto semplicemente a un moto d’invidia e che, ora che siete voi a campare a ufo, va bene così. Lei questo non lo può dire perché l’abbandonerebbero, La considererebbero un vecchio rincoglionito che farfuglia stronzate incomprensibili. 

Ovviamente però ha bisogno di valvole di sfogo, se le costruisce così. Lancia messaggi ambigui come chi loda il suo interlocutore ma in realtà lo sta insultando senza farsi scoprire. È come quando stai smontando le tesi di un cretino patentato e usi intercalari come “lei m’insegna”, “come lei sa bene”, “un uomo acuto come lei avrà già capito...”. Lei non è come Sgarbi che dà apertamente del pezzo di merda a uno, poi ha paura e si arrampica sugli specchi spiegando che “pezzo di merda” non è una frase offensiva bensì ben augurale.

Lei è più sottile. Lei vezzeggia i Suoi elettori dicendo chiaramente a tutti gli altri “non ci credevate mica che erano COSI’ coglioni, eh?” e non deve rimangiarsi niente. Perché Lei dice cose che ad una mente semplice come il Trota suonano come figate da übermensch leghista (romani porci!) ma a al resto del mondo fa capire che per lei i riferimenti del “suo” popolo sono giusto Asterix e Obelix, che non merita altro allocco com’è. Che dire altrimenti di camicie, giacche e cravatte verdi? I padani non si sono accorti della presa per i fondelli nemmeno davanti al GESSATO VERDE di Calderoli! Lo hanno preso per un serio campione d’eleganza celtica!

Io invece penso di averlo capito, caro Umberto, lo dico senza finta immodestia perché è una vita che prova a farci capire che è tutta una burla, anzi, meglio, che sono tutte Lazzate!

martedì 14 settembre 2010

rockoccodrillo


Di tutta l’attuale querelle politica ho notato una cosa in particolare. Berlusconi è diventato grassissimo. Non ha più il collo, la faccia inizia a cedere, guardate la ruga sulla destra, la vostra destra, quella che dall’occhio arriva al mento. In più ha una panza da lottatore nella birra. Se potete, notategli anche le mani, le poche volte che sono chiaramente in vista, grigie, raggrinzite, da vecchio... non da anziano, non da settantaquattrenne, ma proprio da vecchio orrendo. Resistono solo i capelli disegnati.

Come disse uno riguardo alla storia estetica di Michael Jackson, se questo è il fuori, cosa è successo dentro? Il decadimenti fisico come specchio di un decadimento a 360°, di una fine, di un marcio che alla fine, nonostante belletti, profumi e maschere viene sempre fuori.

Dando tempo al tempo i conti tornano. Il nano ingrassa e invecchia, tutto in una volta, e il suo potere scricchiola e collassa. I topi abbandonano la nave, chi prima, chi dopo a seconda della distanza dal formaggio o a seconda delle possibilità di salvarsi (leggi: riciclarsi) che per la politica italiana è ampia a patto di avere lo stomaco di un Capezzone. Alcuni sorci non potranno abbandonare la nave, lo sanno, per loro non ci sarà nessuna scialuppa. L’unica possibilità è di arrampicarsi sull’albero maestro, per affondare per ultimi e godersi l’aria (e il formaggio) per più tempo possibile.

A prescindere da come andrà nella pratica la campagna acquisti post Ibraimovich, perché, inutile nascondersi, tappare una falla non è mai una soluzione a lungo termine, ci aspettano altri 50 anni di Democrazia Cristiana, sperando che qualche super potenza ad alta vocazione democratica (tipo Russia o USA) ci foraggi per essere baluardo contro l’avanzata dell’orda sinoislamica in occidente. 
Immagino che nemmeno voi vorreste vedere i cavalli dei seguaci del profeta con gli occhi a mandorla abbeverarsi nelle fontane di piazza San Pietro...

Oppure mi sbaglio ed entro 2 mesi arriverà la cavalleria libica guidata da Maroni a liberare il paese da ogni parvenza di democrazia, in un rigurgito di nostalgia di Khomeini.




mercoledì 8 settembre 2010

The Expendables


È il film che tutti a 15 anni abbiamo sognato. La rissa reale con tutti gli eroi dei film d’azione. Ce lo ritroviamo abbondantemente superati i 30 e con i nostri eroi erosi dal passare del tempo e dagli effetti collaterali degli anabolizzanti. Mancano nomi importanti all’appello, attori del calibro di Mr. T, Chuck Norris, Steven Segal, Van Damme (questi utili due hanno gentilmente rifiutato perché non si prestano a queste stronzate, loro), Jackie Chan e ci avrei visto bene pure una comparsata d Henry Rollins.

Ma insomma, com’è ‘sto film? BELLO, senza se e senza ma. C’è tutto quello che avresti amato a 15 anni e che avresti voluto vedere in un film del genere. Anzi, c’è tanto di più. Ma tanto tanto. Con una tale profusione di testosterone le donne escono dalla sala gravide o con la barba. Non c’è niente da fare. Stallone, che a giudicare da com’è messo non sopravvivrà agli steroidi per altri 5 anni, certe cose le fa fare. Fa scoppiare tutto, fa esplodere corpi, teste, facce, case, camion, villaggi. Davvero, non si può chiedere di più. Ci sono un paio di scene da NOBEL del cinema, prima fra tutti l’insensata e pretestuosa riunione con Bruce Willis e Schwarzenegger (e provatelo a scriverlo giusto voi, senza consultare google). Schwarzy nonostante il trucco, le luci giuste, la computer grafica e tutto il tempo del mondo, è un ormai un vecchio scorreggione... però quella scena con loro tre che battibeccano è quello che tutti gli adolescenti del mondo hanno sognato e agognato per anni.

Dimenticavo, nella lista dei vari lavoranti che hanno reso possibile questo immenso spettacolo c’è un brasiliano che si chiama Cacalo. Non so chi sia, ma gli sono vicino.

martedì 7 settembre 2010

du' palle


È come il primo giorno di scuola. Non dico proprio il primo primo, ma il primo dopo le vacanze. Quando sei spaesato, col morale sotto le scarpe, ritrovi i tuoi compagni ma la testa è altrove. Guardi i 4 muri che hai attorno ben conscio della differenza fra vita e non-vita. Manco a dirlo, quelle quattro e brutte mura sono il simbolo della non-vita. Del tempo sprecato. Degli impegni che riprendono ad accumularsi per il tempo che improvvisamente sparisce... insomma la solita solfa.

Come per il primo giorno di scuola, dopo un momento di iniziale smarrimento, scopri che fuori dal tuo mondo non è successo niente. Il mondo è esattamente al punto in cui l’avevi lasciato. E, sì, la puzza è esattamente quella di prima.

E comunque, per prepararmi al meglio a questo nuovo anno, mi sono rivisto il primo Fantozzi.

Ps. Come avrete notato tutti, il sito è sempre questo, non ho fatto niente, la promessa versione 3 di Rumenta non è ancora pronta chè ho avuto altro da fare, io.

lunedì 26 luglio 2010

bavaglino


La stampa se la sono comprata tutta tranne quella contro che tanto i voti non glieli porta e non glieli toglie e la cui presenza serve per poter dire “cazzo vi lamentate? Siete pure liberi di sentirvi Santoro!”.

Hanno fatto pure la legge sul bavaglio che è stata una mossa spettacolare. Hanno detto “I giudici non intercettano e i giornalisti non possono scrivere”. I giornalisti si sono incazzati e pure giustamente. Non li fanno scrivere. Bavaglio, bavaglino, Maledetti! State a vedere che, grazie al compagno Fini, ora permetteranno ai giornalisti di scrivere. Peccato che le intercettazioni, su un piano pratico, non si potranno più fare. Sei libero di scrivere di una cosa che non avviene. E vedete se Fini non risulterà essere pure un paladino della libertà. Lui che è così allergico a ladri, mafiosi e puttane da essere in combutta con Berlusconi dal ’94. Lui che difenderà col suo corpo la sacralità dello stato. Lui, il fascista con la kippa in testa. Quello che Mussolini è una grande statista e il fascismo il male assoluto. Sempre lui, quello che alle poste aveva il record di raccomandazioni.

Anche perché, poi, quando l’informazione è in mano a gente come Minzolini una legge che vieti ai giornalisti di pubblicare le intercettazioni a quantomeno pleonastica. Però resta un pericolo, ovvero Internet. Su internet chiunque dice quello che vuole, chiunque legge quello che vuole, chiunque contesta quello che vuole, la legge dei grandi numeri fa il resto.

Internet questi giovanotti non l’hanno mai capita. È anche giusto così. Mio padre è coevo di Berlusconi. Io lo vedo, lo conosco. È uno che dopo aver fatto un foglio con excell (e dubito che il capellone di Arcore sia altrettanto capace) lo stampa e ricontrolla a mano i conti. È uno che dopo aver mandato un’e-mail la stampa per conservarla. L’altro giorno era sconvolto perché su google aveva trovato delle informazioni su un francobollo sconosciute persino al suo catalogo Bolaffi. “Che strumento incredibile!” ha commentato. La meraviglia del fanciullo. 

I nostri governanti sono a malapena più giovani, pensate che il capo dell’opposizione, quello vero intendo, quello coi baffi, ha il vezzo di definirsi un uomo dell’800 totalmente estraneo alla tecnologia. L’opposizione, la sinistra, quelli che guardano il futuro.

Insomma, dicevo, questi di internet non hanno capito niente, l’hanno sempre presa sottogamba, al più l’avranno vista come una miniera di donne nude... ma forse nemmeno questo visto che Fede al suo capo passa pesanti book cartacei. Comunque... su internet si può far poca censura... intendo oltre impedire fisicamente l’accesso alla rete non costruendo adeguate infrastrutture (e guarda caso è proprio questo il governo delle tre i che ha tagliato tutti gli investimenti sulla banda larga)

Non voglio fare un’apologia della rete, non voglio fare la fine di Grillo che vede in internet la salvezza del mondo, però su internet il tuo concorrente (o avversario) è a un click di distanza. Puoi diffondere notizie false, ma chiunque può sputtanarti, in qualsiasi momento, facendo leva sulla memoria intrinseca dello strumento. Ad un certo punto, qualcuno ha fatto capire che questo non va bene. C’è troppa gente che può dire la sua e dirla in modo efficace e soprattutto essere ascoltata cosa. Non può andar bene, e allora via di bavaglino!

Rumenta, lungi da considerarsi una fonte di pensieri acuti, tantomeno un francesissimo dito nel culo del potere, aderisce comunque all’appello per garantirsi il diritto fondamentale di dire quello che vuole, quando vuole e come vuole, come ha sciaguratamente sempre fatto a sfregio delle più basilari leggi di grammatica, ortografia, buonsenso e financo perdendo la vergogna.

E chiudo ritornando al compagno camerata Fini, quello che voleva il nobel per internet...

martedì 13 luglio 2010

inni irrazionali


Entro anch’io, pur tardivamente, nella querelle sull’Inno d’Italia. 

L’inno di Mameli a me non ha mai fatto impazzire. sono pure più di 150 anni che aspetta di diventare ufficiale. Alla fine, per un Paese unito con la forza, in una Repubblica molto traballante, l’inno provvisorio ci sta, ci rappresenta. Mazzini lo trovava troppo orecchiabile e retorico. E come dargli torto? Lo cambiamo? E cambiamolo, ma con cosa? I leghisti si sono fissati con Va, Pensiero, il notissimo coro presente nel Nabucco di Verdi.

Altri, ben più pazienti e dotti del sottoscritto, hanno provato a spiegare che Va, Pensiero è il canto degli Ebrei prigionieri in Babilonia. Van bene tutte le metafore e le riletture che vuoi, ma quanto può rappresentare l’Italia? Oltretutto è palloso e mi perdonino i fan verdiani. Soporifero per soporifero, tanto varrebbe ripristinare l’inno dello Stato Pontificio (Noi Vogliamo Dio), non foss’altro per una ragione storica e geografica. I leghisti non si sono dichiarati i nuovi baluardi del cattolicesimo? Quindi sarebbe perfetto.

Tornando a Mameli, io sarei per istituire un esame per diventare rappresentate delle istituzioni. Poche domande ad esempio sulla costituzione, sulla storia recente d’Italia e anche sull’inno. 

È noto che gli Italiani non conosco mai i versi delle canzoni che seguono il primo ritornello. Fate una prova, chiamate un vostro amico e chiedetegli di cantarvi Nel Blu Dipinto Di Blu (se facesse scena muta, chiedetegli Volare): vi dirà che da bimbo si ritrovava a volare nel cielo infinito, volare oh oh volare oh oh e poi nell’occhio gli apparirà la fissità dell’ottuso. 

Lo stesso discorso vale per l’inno. Tutti conosco solo la prima strofa. Tutti, compresi i politici. Come già altri hanno fatto notare, i nostri amici verdi dovrebbero andarselo a leggere perché la parte interessante arriva proprio qui, quando si parla di Italiani che non sono un popolo e che sono stati calpestati per secoli, che unendoci sotto un’unica bandiera dalle Alpi alla Sicilia sarà tutta una Legnano, ogni tromba suonerà i Vespri, tutti i bimbi saranno Balilla (no, non c’entrano quelle vaccate di Mussolini) e tutti gli uomini Ferrucci. Si, retorico oltre la soglia dell’accettabile, aveva ragione Mazzini.

Orsù, cambiamolo quest’inno. Mi va bene. Vorrei anche provare a dare il mio contributo e suggerire un canto che è già inno e già appartiene alla nostra tradizione. Un inno all’italianità, a tutti gli aspetti più peculiari che il mondo ci riconosce. Un inno allo star insieme e alla spensieratezza. Basta cambiare una parola. Sostituire il nome di una città con Italia. All'autore, sono sicuro, andrebbe bene.

Signore e signori, la proposta di Rumenta per il nuovo inno della Repubblica Italiana:


venerdì 2 luglio 2010

vado a vivere in campagna?


Sono sempre stato un topo di città. In fondo, pensavo, perché tante genti dovrebbe spostarsi dalle propaggini estreme dell’impero verso la capitale se non per vivere meglio? Perché i barbari sono 1500 anni che insistono tanto per occupare Roma? Perché Napoleone e Garibaldi non si sono fatti i cazzi loro, lasciando il papa-re sul sedile ereditato dai sette re?

La mia mente semplice di ragazzino aveva elaborato la risposta più ovvia: perché la città più è grande, più è ganza. Crescendo questa convinzione è diventata dogma. In città hai tutto a portata di mano, in città hai tutti i servizi che vuoi, in città funziona tutto... cioè, in città fuori dall’Italia funziona tutto, in città in Italia non funziona bene niente, quindi se sei in Italia ma non sei in balia degli elementi come un nomade perso per le steppe della Mongolia.

Tutto il mondo esterno alle città andava bene per fare delle gite, un soggiorno breve, una ricca mangiata o una manciata di fotografie. Bello qui, ma pensa l’inverno quando pioggia e vento sferzano le finestre!

Poi invecchi, vai a lavorare. Hai i colleghi che vivono in campagna e ti sfottono perché loro sì, si godono la vita. Gli fai notare che si fanno 2-3 ore di macchina al giorno e che tu, se vuoi, vai al lavoro a piedi. Ti ribattono che loro, quando arrivano a casa, si godono il prato. Ribatti notando, con pignoleria, che loro il prato non se lo vedono, perché rincasano dopo il tramonto. Ma loro hanno la risposta pronta e ti dicono che sabato e domenica, se vogliono, stanno sbragati a 4 di spade a godersi l’aria aperta. Non fai una piega. Hai parchi immensi a pochi minuti di strada, altrimenti prendi l’autobus e in pochi minuti sei in pieno centro storico.

Nel profondo del cuore sai che menti sapendo di mentire, e sai anche che pure loro mentono spudoratamente, perché farsi 50 km in prima è roba da girone dantesco e che 2 miseri giorni sbragati sul prato non compenseranno mai tutta la merda che si respirano per 5 giorni a settimana. Che tutto il tempo che perdono in macchina lo hanno solamente buttato.

Sai anche però che i tuoi “pochi minuti” di mezzi per andarti a godere il centro città sono una chimera perché ogni spostamento (che sia in macchina o con l’autobus) può trasformarsi nel peggiore incubo possibile. Sai che respiri le peggiori nefandezze che esistano al mondo. E che lo fai tutti i giorni. E che il mandarino cinese che hai sul balcone non riuscirà mai a renderti l’aria migliore. Sai anche che vivi nel casino più totale e che per quanti strati di vetro tu metta alla finestre a svegliarti sarà sempre un BIIIIP o un “malimortaccituaedetunonno!” e mai un dolce cinguettio.

Cinguettio. Sai anche che il massimo del bucolico che potrai permetterti sarà il “cru” dei piccioni che piccionano in bilico sulla serranda della finestra (meringandoti nel frattempo la macchina).

Vivere in un centro piccolo, ma lavorare in una metropoli è demenziale, forse più che abitare direttamente in mezzo alla metropoli. Non sarebbe una via di mezzo, non sarebbe né carne, né pesce. Questa è verità, pura e sacrosanta. Però come sarebbe vivere e lavorare in un piccolo centro? Resti attaccato all’idea che sia brutto.

Se voglio, ho i negozi sotto casa, non devo prendere la macchina, io, se mi finisce la carta igienica. È vero. Ometto però che il negozio sotto casa, di solito, è più cari di un posto in paradiso. 

Per cui sali in macchina macchina, ti fai 5 ore di traffico infernale, vai in un centro commerciale, fai a botte con chiunque, ti perdi nel parcheggio e torni a casa pensando a come sei caduto in bassa e giuri a te stesso che mai e poi mai ci ritornerai. Promesse da marinaio.

Ad un certo punto, ho iniziato a capire che l’unica vera marcia in più di una grande città è legata agli eventi culturali che può offrirti. Teatri, cinema, mostre, eventi, musei, concerti, rassegne, corsi di qualsiasi cosa. Ok, sono cose che ti godi più da vecchio, quando hai tempo da occupare e non paghi nemmeno, però in un centro piccolo hai tutto a scartamento molto ridotto (con le dovute eccezioni), a meno di non puntare sui talenti locali o addirittura fomentare tu un certo movimento. Ma, alla fine, quante mostre si vanno a vedere in un anno? 2? 3? Nessuna? Quanti film irrinunciabili? Quanti concerti? Quante volte al teatro? E cos’è uno spettacolo a teatro davanti a una vita più sana in un luogo fatto finalmente a tua misura? Ecco. Questo è stato l’ultimo scoglio.

La conclusione è che oggi, senza il vincolo del lavoro, io dalla città più bella del mondo me ne andrei ora. Ma proprio subito. Puff! Sbuffo di fumo. E sono... boh... da qualche parte dove ci sia un mare degno di questo nome, gente cordiale e cibo buono. Anche perché, se si deve cambiare, occorre farlo in meglio. L’alternativa è una bella pioggia di fosforo bianco sulla capitale. Mentre sono in ferie.

mercoledì 30 giugno 2010

tedeschi


Non ero troppo piccolo, avrò avuto 11-12 anni. Era settembre, tempo di vendemmia e proprio durante una bella giornata di raccolta delle uve si sono svolti i fatti che sto per narrarvi. Il luogo del misfatto è Monte Compatri, amena locali dei castelli romani, nello specifico la vigna del mio amico Gigante.

In realtà, la vigna era del papà di Gigante e ogni periodo di vendemmia era usanza, per diversi amici di famiglia, partecipare al rito agreste. Un bel pomeriggio all’aria aperta, cesoie, tanto sporco, una bella pasta aglio e olio e tante risate.

Ai bambini, categoria in cui eravamo fortunatamente ancora inseriti, non era richiesto molto, dare una mano se volevano ma, tendenzialmente, stare fuori dalle balle e creare meno problemi possibile. I bambini, normalmente, partecipavano alla vendemmia per i primi 30-60 minuti, poi, esaurita l’eccitazione per la novità, si dedicavano ad altro.

Quella volta eravamo solo in 4: Gigante, io e i due tedeschi. I tedeschi non erano davvero tali, non avevano nulla a che fare con la Germania, non erano nemmeno biondi, alti o con gli occhi azzurri. Erano soprannominati tedeschi per il loro fastidioso ordine. Sempre precisi, bravi, educati e sostanzialmente molto pallosi. Il fatto che la madre di Gigante e la mia non facessero che lodarli ce li rendeva ancora più invisi.

Comunque sia, ci troviamo in 4 ragazzini in mezzo a una vendemmia. Stufi ai di raccogliere grappoli sia di discorsi alti, come ad esempio la macroeconomia socialista del villaggio dei Puffi. Che facciamo allora? Giochiamo e il gioco va avanti, cresce, si nutre di sé stesso, finché i tedeschi, ispirati da qualcosa, non hanno un’idea geniale: “facciamo la guerra con l’uva!”.

A quel punto è tutto finito. Iniziamo a tirarci addosso prima gli acini, poi i grappoli interi, stufi di dover prendere la mira ci lanciamo in assalti suicidi, tutti contro tutti, con tuffi in trincea, salti e recuperi. Un divertimento senza fine. Un divertimento senza fine ed igienicamente esecrabile.

Al momento della chiamata all’appello per tornare alle nostre vite, ci presentiamo lerci come solo dei cani bagnati che corrono e si rotolano nella sabbia possono diventare o, se preferite, solo come dei bambini in campagna possono ridursi.

Sorvolo sugli insulti dei rispettivi genitori, sappiate che furono maggiorati per me e Gigante perché rei di aver condotto anche i tedeschi verso la perdizione. Abbiamo anche provato una linea difensiva, solida come solo la verità può esserlo dicendo “Ma è stata una loro idea!”. Siamo stati anche chiamati bugiardi. Ricordo un viaggio di ritorno immerso in un mostruoso silenzio, seduto immobile sul sedile posteriore di una Fiat 132 avvolto, per l’occasione, in fogli di giornale.

Diverso tempo e insulti dopo, sentii la mamma di Gigante raccontare alla mia “Lo sai che alla vendemmia, l’idea di quel gioco così l’avevano avuta sul serio i tedeschi? Rumenta e Gigante non c’entravano niente... chi l’avrebbe mai detto!”.