Citazione

giovedì 5 luglio 2012

Nazionale



Gli europei di calcio li ho visti di striscio. Anzi. Li ho spiati malamente da un buco in una parete. E per una volta non voglio lamentarmi dei caroselli e del Paese immobilizzato nell’adorazione del dio sferico. Anzi, al riguardo devo ringraziare proprio la nazionale di calcio, perché l’autostrada è stata vuota e poi il buon gusto di perdere la finale ha evitato problemi di sonno a tutta la famiglia Rumenta.


Ma non è di questo che voglio parlare. Ho notato un atteggiamento diverso del tifoso, ho notato una gran voglia di avere un qualcosa attorno a cui stringersi ma senza l’aggressiva disperazione di qualche tempo fa. Mi sembra ci sia una voglia “pulita” di trovare un qualcosa che unisca, che aiuti a sentirsi una cosa sola.
E se questa volta il totem è stato di forma sferica va benissimo, magari un domani sarà l’urna elettorale, chissà.

O forse mi sono solo svegliato ottimista.

martedì 26 giugno 2012

Ciclorumentismi #5


Governo Ladro

E infine piovve. Uscito di casa era sì nuvolo, ma con evidenti e ampie schiarite!
E invece all’altezza dell’evocativo Ponte della Musica, il diluvio. Che poi, di musica, al momento c’è solo i rumori delle ruspe e le urla dei manovali.

Andiamo con ordine. La tenuta sul bagnato va decentemente e tralascerei di ammorbarvi con la storia del freno posteriore un po’ fiacco (non per colpa sua, sono io che c’ho giocato un po’ e devo ancora regolarlo per benino). Dicevo la tenuta sul bagnato va bene, anche se ho scoperto che serve molta più attenzione. Ad esempio sono caduto. Sulle strisce. Quasi da fermo. Ma non è colpa mia! Dovevo schivare un pedone. Ho stretto troppo la curva. Mi hanno rubato la macchina. Un edificio in fiamme. Pioveva zolfo. LE CAVALLETTE! NON E’ STATA COLPA MIA!

Comunque sia, il resto del tragitto è andato bene. Il Kway è quasi sufficiente. Pensavo di bagnarmi di più, invece sarà sufficiente aggiungere un paragambe, un poncho o un’altra diavoleria che mi eviti di bagnare le cosce. Dà in effetti MOLTA soddisfazione, essere lì, tranquillo per la tua strada libera, mentre attorno il traffico letteralmente impazzisce come solo con la pioggia succede.

mercoledì 20 giugno 2012

Alla faccia della maturità


Io la maturità non me la ricordo proprio perfettamente, ho come dei buchi. Tipo il tema io non me lo ricordo, ma proprio per niente. Cioè, mi ricordo grossomodo l’argomento della traccia, che era l’ingegneria genetica e che iniziai probabilmente col sempre verde “fin dall’antichità, l’uomo…” che sul foglio sapevo a malapena mettere un po’ di parole una dietro l’altro.

Ricordo i banchi tutti in fila in corridoio, la corsa ad occupare quelli in posizione più anonima e magari dietro colonne o estintori. Ricordo la troupe della RAI e ricordo la delusione scoprendo che quei filmati non sarebbero andati in onda perché non sembravamo così in tensione. Ok, mi tiravo palle di carta con l’amico G citando gli Squallor ma penso che il gesto sia stato male interpretato. Forse. E avevo una maglietta dei Manowar. Sarà stata questa?

Poi il buio fino alla prova di matematica.
Arrivato a un certo punto non mi tornava una fava. Rifeci tutto daccapo fino ad arrivare allo stesso identico punto. Poi si sparse la voce che c’era un errore nel testo. Ed E si cacò addosso e non volle passarmi la soluzione dell’integrale. Il Maledetto. E poi gli esercizi che non si potevano fare perché non avevamo fatto un pezzo di programma. Insomma, champagne!

Poi ancora buio.

Non ricordo le attese fuori dalla scuola e non ricordo le fughe a casa.

Ricordo che in quei giorni suonavano i Primus e i Dream Theater a Villa Pamphili e che mi persi entrambi i concerti per colpa di quel maledetto esame e a pensare che, vista la figura rimediata, tanto sarebbe valso evitare l’ennesimo ripasso e godermeli… quelli me li sarei ricordati ancora oggi.

Ricordo il caldo infame. Perché eravamo l’ultima sezione a fare gli esami. Ed eravamo la ACCA. Non ricordo sensi di liberazione. A pensarci ora mi viene solo peso allo stomaco. Si vede che le sensazioni rimaste sono solo quelle brutte legate alla tensione e alla consapevolezza che il successo fosse legato esclusivamente alla resistenza dei nervi e al culo.
Io avevo ripetuto poco. C’avevo i dischi da ascoltare e il basso da suonare, alla faccia della maturità. Che poi non è nemmeno vero, le mie due materie me l’ero preparate bene. Mi sentivo ragionevolmente al sicuro. Con tutto che era un periodo che assumevo oppiacei, non per diletto prima che malignate, ma per cura contro una strana forma di tosse.
Ricordo gli orali. Classe schierata alle spalle, sediola, e una sfilza di cattedre davanti piene di gente con la faccia di uno che preferirebbe una vasectomia pur di non stare lì. Ricordo la tensione. Ricordo la maglietta Maui color giallo moccio nucleare e i miei jeans tutti strappati.

E poi lo sguardo allibito della tipa di francese quando riuscii a dire il contrario di quello che pensavo senza rendermene nemmeno conto e sull’autore che preferivo in assoluto, fra l’altro. E io che parlavo convinto. Con il cervello staccato dalla bocca e dalle orecchie. E quella che mi diceva “no, non sono d’accordo” e leggevo un disprezzo interrogativo nel suo sguardo, quegli occhi che sembrano dire “ma che cazzo stai dicendo pazzo?!”. E ricordo anche il membro interno che, su Fisica, riuscì a mettermi a mio agio (attività non certo semplice per una specie di 3BO molto più anziano e meccanico e dal nome d'utensile) dopo che spostata la sedia di un quarto di giro a sinistra, alla prima domanda sui domini di Weiss nelle sostanze ferromagnetiche, sentii il cervello sibilare e sgonfiarsi scorreggiando come un palloncino annodato male. Il robot mi disse “Rumenta, non faccia finta di non sapere cose che in realtà sa benissimo” e lo disse mentre piegava l’ennesimo origami fatto a cigno (costruttiva alternativa alla vasectomia) e poi mi porse un bicchiere d’acqua.

Ecco, quell’inaspettato gesto di umanità, di calore, di comprensione proprio lì da dove non me lo sarei aspettato, è il mio ricordo più bello dell’esame.

A quasi 20 anni di distanza mi sconvolge la consapevolezza che essere interrogato anche 5 minuto prima avrebbe probabilmente cambiato tutto, altra tensione, altra aria, altro momento, altro origami.

E alla faccia della maturità, quello che mi resta è quel "non faccia finta di non sapere cose che sa benissimo" e fanculo a tutto il resto.

Grazie Prof. Utensile!

martedì 22 maggio 2012

Ciclorumentismi #4


la fossa

E doveva capitare prima o poi la foratura. Tornavo a casa in tutta serenità, tutto contento del miglioramento dei tempi di viaggio e mi stavo godendo il tragitto. Strada in discesa, alcune foglie, vado dritto. BUM. Una mina incredibile, per urto e rumore, con la ruota posteriore. Sotto le foglie c’era una buca infame schivata non so come con la ruota davanti.

Vado comunque avanti, finché non sento poca stabilità, controllo: ruota dietro a terra.

E qui viene il bello. Prima di prendere la bici mi ero già munito di camere d’aria antibuco. Sono delle camere d’aria con un liquame dentro che, in caso di foratura o rottura, sbrodola e secca, così da tappare la falla. Le avevo montate? No. Perché? Perché temporeggiavo, non sapendo bene la procedura di smontaggio della ruota posteriore, aggravata, fra l’altro, dalla presenza di un cambio interno al mozzo. Mi sono quindi maledetto. 

Provo comunque, in fondo ho un po’ di attrezzi dietro, fra cui le chiavi per smontare la ruota e i cerotti per la camera d’aria. Non ho la chiave per togliere il cambio. Decido di chiedere aiuto alla tecnologia (canaglia infame meretrice), il gps mi dice che un km e mezzo di distanza c’è una rivendita/riparazione bici. Orbene, a piedi, con mezzo al seguito, mi faccio questo chilometro abbondante in salita per scoprire che il gps aveva mentito. Torno indietro non prima di essermela presa con alcuni santi patroni. Penso alla soluzione finale, ovvero lasciare la bici per riprenderla il giorno dopo. Ci sono però due problemi:


  • Non mi sono guadagnato il favore degli dei, quindi la possibilità di trovare 2 o anche 3 biciclette al ritorno è altissimo;
  • Ho lasciato il fondamentale lucchetto ad arco a casa, non aveva voglia di uscire e l’ho accontentato, me stolto.


Non posso farmi 6 km con ruota forata al seguito, è tardi, ho fame e ho paura di danneggiare lo pneumatico e/o il cerchio.

Vado avanti per un po’ e poi decido di lasciare la bici all’Auditorium, in mezzo a bici cadavere, tornare in bus. Per tornare subito di corsa in macchina e portarmi via il mezzo invalido.

Tutto secondo i piani, a parte che infilare quell’affare in macchina non è stata impresa banale.

Per fortuna non pioveva. E faceva caldo.

La morale è che ho montato la camera d’aria anti buco, imparato e regolare il cambio, i freni e a sostituire una ruota a tempi da pit stop di formula 1 (pare vero!)

martedì 15 maggio 2012

Il Gioiellino (Andrea Molaioli)

La storia della Parmalat, crack compreso. Sorprese? Non proprio. Ben fatto? Si. Ben recitato? Si. Sono contento di averlo visto? Si. Lo rivedrei? No.

giovedì 10 maggio 2012

Ciclorumentismi #3


Bike 2 Work

Ancora vivo. E già. Non è facile disfarsi di Rumenta. Ineffetti l’entropia gioca tutta a mio esclusivo vantaggio. La Rumenta vi sommergerà. Inesorabile. E questo nonostante:
  1. anziani al volante
  2. macchine in doppia fila
  3. sudamericani che traslocano a piedi
  4. tassinari in retromarcia contromano come se non ci fosse un domani
  5. bambini sui pattini
  6. anziani a piedi

Ovviamente la combo mortale sono gli anziani al volante in doppiafila contromano che aiutano dei bambini sudamericani sui pattini a traslocare.

E poi c’è il settimo ostacolo:

il cambio.

Già, perché il cambio è rotto. 3 marce. Non ne funge una. Che è quella di mezzo, ovvero quella di cui abuserei al ritorno che è in salita ma non tanto salita salita da andare in prima è più in salita e basta che andrei di seconda. Ma non ho la seconda. E non vi racconto niente perché è sicuramente argomento per una nuova puntata di “tecnologia canaglia” (attendere prego).

Veniamo però al punto importante, perché c’è qualcosa di quasi nuovo di cui parlare: oggi s’è partecipato al Bike 2 Work Day (e se non sapete cosa sia vuole dire che non avete il post di ieri e quindi non vi voglio bene). E non ditemi che potevo avvertirvi prima di questa “bella iniziativa sportiva”, perché prima non sapevo quasi che mi sarebbe venuta la scimmia, che mi sarei preso una bici e che avrei partecipato io stesso medesimo a siffatto evento.

Orbene, per l’occasione ho invaso un forum, ho preso appunti e alla fine ho avuto il mio primo cilcoappuntamente al buio. Con un uomo. In bici. E l’uomo aveva degli adesivini di Ikea sul casco. E insomma partiamo fiero e spedito (lui) e passo incerto (io) convinti di incrociare autentiche orge di ciclisti, ammucchiate da competizione sulle due ruote. E invece nessuno. Con l’esclusione di un nutrita banda di una decina di velocipedi in cui ci siamo imbattuti ai Parioli.

Di conseguenza non saprei dire se l’iniziativa sia riuscita o non lo sia. Di sicuro c’è chi è andato al lavoro in bici e forse un esempio tutti i giorni vale più di mille iniziative.

mercoledì 9 maggio 2012

Bike To Work Day 2012

Domani c’è il Bike To Work Day, ovvero il giorno dove un sacco di loschi figuri si impegneranno ad andare al lavoro in bici e a fare promozione in tal senso.

Oggi ho sfidato il traffico e il genio architettonico della capitale e sono andato in ufficio. È andata gran bene. Mi sono divertito, ho visto panorami della capitale inconsueti e mi sono sentito bene. Ecco, si, questa è la parte più bella. Sentirsi bene. E rendersi finalmente e al di là di ogni dubbio che SI PUO’ FARE.

Arrivato in ufficio mi sono lavato l’ascella (la destra) e mi sono cambiato. Lusso.

Quindi, se avete curiosità e/o ve la volete rischiare qui trovate tutte le informazioni sull’iniziativa.

A presto per altri dettagli.

martedì 8 maggio 2012

World Invasion (Jonathan Liebesman)

E io che speravo in un’ottusa mazzingata spara spara bumba bumba per passare una mattina di influenza. Invece no. Non è un film di sola ottusità militaresca americana, c’è dell’altro, oltre ai retorici soldati che devono ammazzare quanti più invasori dello spazio possibile ed è anche reso con una certa eleganza. Insomma, m’è garbato.

Ciclorumentismi #2


Looisona

Ritirata la bici. Tutto bellissimo. A parte la sensazione di inabilità. 20 anni, più o meno, senza mettere le chiappe su un sellino un po’ si sentono. Una volta imparato a pedalare senza rotelle non te lo scordi. Sarà che è forse l’evento più violento e traumatico della vita di ogni maschio. Ricordo in proposito il babbo che mi lanciava per il corridoio di casa. Avevo una saltafossi gialla ereditata da una sorta di cugino collaterale di grado incalcolabile. E il pavimento in marmo. Marmo bianco. Molto elegante. Duro. Ma duro duro duro. E se non finivo sul pavimento mi spalmavo prima su una parete, su un termosifone o sulla robustissima porta d’ingresso. Il corridoio era largo, a prendere bene le distanze potevo pure fare inversione senza togliere i piedi dai padali. Ma io non ci sapevo andare.

E insomma, chi se lo scorda più? Quello che viene meno è l’attenzione al mondo esterno. Ti senti inadatto e pure un po’ ridicolo, lì, abbarbicato su quel trabiccolo mentre vedi sfrecciare automobili mortifere tutto intorno a te.

Allora sono tornato a casa col treno. Mi hanno pure controllato il biglietto. A me e a Looisa. Looisa o Looisona è la bici, non pensate cose strane. E comunque, poi, furtivamente, approfittando della calma postprandiale del sabato, ho fatto il mio benedetto giro di prova. 

La prima sensazione è di libertà. Vuoi andare in un posto? In poche pedalate arrivi dove non eri mai giunto prima. La curiosità e l’improvvisazione prendono il sopravvento. Mi sono ritrovato a sfrecciate come il falco della strada per strade mai percorse fermato solo da vicoli ciechi.

Il giorno dopo ho unito l’utile al dilettevole e sono andato al supermercato. Ganzo. Molto ganzo. Anche se il sensazione di precarietà ancora un po’ permane. Ed è stato anche il battesimo di Looisona con la pioggia.

Il prossimo step è abbandonare ogni indugio, lanciarsi a capofitto nel traffico e affrontare il viaggio per l’ufficio. Se non avrete più notizie di me sappiate che vi ho voluto bene. Forse.